10 maggio 2010

La merenda dei poveri

Non saprei dare torto a qualcuno che non giudicasse ortodossa quella mia lezione di catechismo in cui dopo una brevissima preghiera i miei ragazzi hanno impiegato tutto il tempo per preparare e per consumare una merenda. L'avevo preannunciato la volta precedente: La prossima volta si farà una merenda a pane, olio e sale; succo di pomodoro a chi garba!".
Quando sono arrivati, tutti se lo ricordavano e vedendo la tavola al pulito, qualcuno mi ha guardato: "E allora?"
"Allora bisogna apparecchiare! Ecco la tovaglia i bicchieri e i piattini. Forza piglia il pane! Chi l'affetta? State attenti a non tagliarvi, mi raccomando!" C'è l'ampolla dell'olio e la tazza con un buon succo di pomodoro. Sale e acqua naturale. C'era chi tagliava, chi condiva e chi stendeva il succo di pomodoro. Ad un certo punto mi sono accorto che avevano preparato tre mezze fette anche per me.

Al momento che sono rientrato con la bottiglia del vino, loro me l'hanno chiesto. Hanno avuto questo coraggio. E' successo che abbiamo finito il pane. Ho dovuto chiederlo ad una famiglia vicina.
Io ho detto che quella merenda era quella che si mangiava nelle famiglie povere.
Loro l'hanno apprezzata come una merenda di lusso rispetto a certe merendine incartate. Ma si può incartare l'amore?
C'era una gioia diffusa, una vibrazione d'affetto tra tutti noi.
Penso (parlo per esperienza) che mezzo secolo di una vita non basterà a cancellare nella memoria di un bambino un piccolo evento come questo. Eppure è bastato un po' di pane, un po' d'olio, un pizzico di sale e un goccio di vino.

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