22 ottobre 2014

Accordi sul bronzo

Come suona la campana? A rintocchi e a distesa. Si suona a festa o a morto; anche per allontanare la bufera, il fulmine e il turbine della grandine. Raramente a martello (si fa brandendo il battaglio con la mano e percuotendo il labbro della campana dalla stessa parte): è segno di allarme e si invita la gente a radunarsi presso la chiesa.
Le campane hanno un nome, oltre che una voce; il popolo riconosce la campana dalla voce. Il nome è inciso sul bronzo insieme a quello della ditta costruttrice e a quello dell’oblatore. San Giovanni, Santa Maria Assunta, La Misericordia, Gesù Bambino ed anche Maria Bambina (nomi per le campane più piccole). La gente le chiama anche con la parola legata alla loro diversa funzione: L’Avemaria, Il Credo, la campana delle nove, la mezzana, il campanone. Non manca sul bronzo anche il motto. Si legge ad esempio: Sub tuum praesidium, A fulgore et tempestate, Lugeo defunctos (piango i morti). Si dice suonare l’Avemaria, Mezzogiorno, L’or di notte, Il Credo, l’alba e le ventiquattro. C’è anche il suono a dottrina che vale per i ragazzi invitati alcatechismo ed ancora, in alcuni Comuni che posseggono una campana sullo stesso campanile, a magistrato: è quella che convocava i consiglieri comunali nella sala del Municipio.
Nella nostra Cattedrale di San Miniato, sul lato nord, c’è anche la campana del coro: serviva a chiamare i canonici ed i cappellani alla recita delle Ore. Aveva una voce argentina (segno che nella fusione della campana c’era una buona parte d’argento); era la voce più alta, destinata ad invitare il Clero residente intra moenia; ma si poteva sentire non solo nel suburbio, ma anche nella campagna, fino a Marzana ed ai Cappuccini; il suono, oltre che insistente, era anche gradevolmente squillante, grazie al metallo nobile impiegato nella fusione.

Come e quando

Il “doppio” si ha quando più campane suonano insieme (l’accordatura può essere in minore e in maggiore). Per le festività il doppio si faceva precedere dall’accordo.
L’accordo si fa così: avanti la più piccola; la piccola smette e attacca quella un po’ più grande. Questa fa la sua suonata poi cede il suono all’altra, così fino al campanone.
Poi si ricomincia con la più piccina; questa volta però continua e aspetta le sorelle maggiori; così di seguito con le altre fino a che non si forma il doppio. Con l’esaltazione della individualità e della coralità delle diverse voci si ottiene un effetto di giubilo e di solennità irraggiungibile con altri strumenti. L’inizio della funzione viene annunziato dalla “lunga” (la campana che insiste a suonare quando le altre hanno smesso) e segnato dal “cenno”. Lo dà una campanina fuori accordo colocata sopra la sascrestia,;tirata un po’ a strattoni; la voce, nervosina e petulante, pare che dica: “Ci sei o non ci sei? Qui si comincia! Te l’avevo detto. Il prete entra ora”.
C’è da noi un bel proverbio che dice: “Una campana fa a un popolo”. Significa: può bastare anche una campana. E qui mi viene in mente quello che ripeteva il Canonico Agnoloni: “Ne quid nimis”. Attenzione a non esagerare! E’vero che non c’è un suono più bello di quello delle campane; ma fino a poco tempo fa si tendeva ad abusarne: con troppi doppi, troppi lunghi, suonati troppo in anticipo. Bisogna rendersi conto che i ritmi del lavoro e del riposo sono mutati e, dire, sterzati; è ingiusto dare la sveglia a chi ha bisogno di riposare ancora! Non è più il tempo in cui occorreva dare avviso di partire per tempo (un’ora prima) visto che il percorso si può programmare con l’orologio ed abbreviare con l’auto.

L’elettrificazione delle campane, oltre che ridurre incontestabilmente la grazia del suono (considerata l’invariabilità del metro che può rendere monotonia), ha accresciuto la loro disponibilità ad un servizio pesante. Ma le campane non sono elettrodomestici; bisogna fare in modo che la loro voce, meno invadente, giunga più gradita.
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