26 febbraio 2014

I maestri del dubbio - Sigmund Freud

Sigmund Freud (1856-1939)
Sigmund Freud (1856-1939)
Totem e tabù 1913; L'avvenire di una illusione 1927; Mosè e il monoteismo 1939.
Riscrivere una teologia in termini psicanalitici. E' colpito dal fatto che alcuni pazienti rivelano un comportamento simile a quello religioso. Esisterebbe dunque un'analogia tra il comportamento religioso e quello nevrotico; i sintomi sarebbero riportabili ad un medesimo quadro.
«Quando un bambino, crescendo, si accorge di essere destinato a rimanere per sempre un bambino, che non potrà vivere senza protezione contro potenze sovrane e sconosciute, allora presta ad esse i tratti della figura paterna, si crea gli dèi di cui ha paura, cerca di renderseli propizi ed attribuisce loro il compito di proteggerlo. La nostalgia che il bambino ha di suo padre coincide con il bisogno di protezione che prova a motivo della debolezza umana».

Il complesso di Edipo è per Freud all'origine della religione, così come si trova all'origine della nevrosi. Nel momento in cui il bambino scopre l'amore materno, comincia a vedere il padre come un rivale da eliminare. Avverte la sua dipendenza da lui e gli tributa una sottomissione forzata la cui deroga viene pagata con un angoscioso senso di colpa. Ne uscirà quando il ragazzo imparerà ad indirizzare il proprio desiderio su un oggetto diverso da sua madre, migrando verso un territorio non posseduto dal padre (nel quale finirebbe sempre sconfitto). Ma se avvertirà di non sentirsi ancora staccato dalla madre, continuerà a sentire l'autorità del padre come pericolosa. Vive secondo un rapporto di dipendenza. Ciò l'opprime ma non può farne a meno.
All'origine dell'umanità troviamo un complesso di colpa collettivo. Gli uomini primitivi, che vivevano sotto un regime patriarcale, hanno ucciso il capo del clan; i figli hanno assassinato il loro padre perché stanchi di subire la sua autorità e di essere privati delle femmine riservate a lui; si sono coalizzati, l'hanno ucciso e poi l'hanno mangiato insieme. Questo sta all'origine del banchetto totemico. Il totem rappresenta sempre il padre. Il banchetto totemico celebra l'uccisione del padre e l'appropriazione delle sue forze attraverso la comunione. L'uccisione del padre ha permesso il progresso dell'umanità. Il padre è ancora presente con il suo calco vuoto. La religione è la risposta dell'uomo che avverte il peso di questo parricidio, è una nostalgia malata della sua presenza. «Il morto diventa più potente di quando era vivo».
Per Freud Dio è solo una trasposizione del padre umano. Esso diventa il fantasma di un desiderio, la proiezione compensatoria della difficoltà di vivere e di essere se stessi secondo un progetto autonomo. Freud dimostra di trascurare il fatto che la somiglianza che lega il Padre verso la creatura ha consistenza nel carattere della libertà per cui la religione è un atto di amore e non di schiavitù; il figlio assomiglia al padre in quanto libero.

24 febbraio 2014

I maestri del dubbio - Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche (1844 - 1900)
Friedrich Nietzsche (1844 - 1900), si applica allo studio delle religioni e conclude enfaticamente con la famosa espressione: Dio è morto!
Come sono nati gli dei? Gli uomini di fronte alle forze che si sprigionano in loro stessi e nella natura, ne fanno risalire spontaneamente la spiegazione ad una causa superiore, invece di attribuire ai fenomeni una causa naturale. L'uomo religioso è quindi un malato, dalla immaginazione incontrollata, un caso patologico.
Quanto alla religione cristiana, con tutto il rispetto per il Nazareno - unico vero cristiano - è una perversione umana, perché garantendo all'uomo un destino in un altro mondo (quello dell'eternità) lo dispensa dal suo impegno creativo di costruirsi il proprio regno nella zona terrena. Si tratta, secondo Nietzsche, di una morale da schiavi: i cristiani, gregge di deboli e di vili sono incapaci di diventare uomini responsabili.
Per superare il vuoto lasciato dalla esecuzione portata sul proprio Dio, Nietzsche introduce il concetto di superuomo. Il superuomo deve volersi, cioè deve avere il proprio centro di gravità in se stesso. Questo nuovo tipo di uomo è entrato nel mondo della libertà, non è più agganciato ad altri mondi ed è in grado di vivere in pienezza la gratuità, la gioia e la danza. Creatore di valori e di significati, egli inventa se stesso. In altre parole riprende il suo ruolo nei confini del proprio emisfero sottraendolo al Dio cui l'aveva indebitamente assegnato.
«Il mio io mi ha insegnato una nuova fierezza ed io la insegno agli uomini: non rifugiarsi più con la propria testa nella sabbia delle cose celesti, ma portare con fierezza una testa terrestre che crei il senso della terra».

22 febbraio 2014

I maestri del dubbio - Karl Marx

Karl Marx (1818-1883)
Karl Marx (1818-1883), si propone di strappare l'uomo da ogni alienazione: religiosa, politica ed economica. Il fondamento della sua critica contro la religione è il seguente: «è l'uomo che fa la religione, non è la religione che fa l'uomo». Sotto l'influenza di Feuerbach, Marx dichiara che Dio è il riflesso dell'uomo. Dio una somma di attributi trasferiti dall'uomo al suo superiore per un processo di alienazione che produce da una parte un tiranno e dall'altra un suddito senza possibilità di scelte autonome e responsabili. L'uomo realizzerà la propria emancipazione attraverso una radicale trasformazione delle condizioni di vita. La religione sparirà nel momento in cui l'uomo, riconciliato con se stesso, non avrà più bisogno di proiettare in un aldilà immaginario la rappresentazione della felicità che potrà raggiungere in questa terra attraverso il miglioramento delle condizioni di vita.
La religione incentrata sul culto di Dio è l'oppio dei popoli perché frena gli impulsi al miglioramento che si realizza attraverso il rovesciamento dei termini definiti nella subordinazione attuale. Una concezione antropocentrica che si sostituisce ad una concezione teocentrica: Dio non ha più posto, secondo Marx, nel nostro sistema.

17 gennaio 2014

DE CUIUS

De cuius - Di cui. Locuzione contratta per indicare un soggetto noto a chi parla e a chi ascolta. Estratto da una locuzione che ricorre nel linguaggio notarile e che suona così: De cuius hereditate agitur: Della cui eredità si tratta. Con riferimento preciso alle quote dell'eredità.
Qui Matteo Renzi mostra la propria primiera calando la carta di un linguaggio forbito che aggiunge eleganza ad una comunicazione per lo più diretta e quasi popolare.

14 gennaio 2014

Ars loquendi - L'arte del parlare

Fotogramma dal film "Il discorso del Re"
Si conoscono due massime complementari: “verba volant, scripta manent”.
Ne risulta una sentenza che sembra evidenziare il rilievo maggiore di ciò che si scrive su ciò che si dice; come dire: lo scritto rimane, le parole invece si dissolvono nel nulla.
Ma a ben riflettere viene sottolineata la prevalenza che spesso la parola orale può vantare rispetto alla parola scritta; la parola scritta rimane lì, la parola pronunciata ha una forza dinamica che la fa volare e raggiungere meglio il termine a cui si riferisce.
Riflettiamo: Gesù Cristo non disse: “Rimanete e mettetevi a scrivere!”, ma precisamente: “Andate ed annunziate!”.
C’è differenza tra mandarlo a dire e dirlo di persona.
La storia e anche la cronaca confermano che certi mutamenti importanti sono avvenuti in seguito a degli incontri e non a delle missive.

Arrivare nella sala della discussione qualche minuto prima, è come giungere nel campo di battaglia prima dell’avversario. Verificare la funzionalità dei microfoni e individuare la propria sede. Il fiatone di chi deve prendere posizione all’ultimo momento può giocare brutti scherzi. Dicono che bisogna tirare un lungo respiro, ma non basta: è necessario attivare una respirazione regolare; ciò rallenta anche il battito cardiaco e non è poco. E’ anche molto importante fare ricorso, anche a varie riprese, al bicchiere dell’acqua minerale. Ciò serve molto ad allontanare l’ansietà del momento.
Quindi: O (come ossigeno) e H2O (come acqua).
Quando parli cerca di incrociare gli sguardi di coloro che ti ascoltano. Potrai così sperimentare che alcuni ascoltatori, nell’esprimere interesse al tuo discorso, ti aiuteranno a svilupparlo meglio. In qualche modo, proprio loro, possono attivare il flusso delle tue parole.

14 dicembre 2013

Sui forconi.

Rammento e rimpiango i tempi in cui i forconi venivano adoprati per spargere del buon letame nelle nostre campagne.

28 novembre 2013

Scuola di logica - Locuzioni ricorrenti nel linguaggio logico

San Tommaso tra Aristotele e Platone

Ab imis. Dalle profondità, dai fondamenti. Applicato ad un discorso che parte dalle basi di un ragionamento o dalle premesse che fondano un processo logico.
A priori. Da ciò che è prima. Affermazione che scaturisce immediatamente dall’analisi stessa del concetto. Tale espressione passata in seguito ad indicare un giudizio precostituito (il pregiudizio, appunto).
A posteriori. Da ciò che è dopo. Questa espressione designa il processo conoscitivo che conclude partendo dall’analisi dei fatti. Nel linguaggio comune designa la facile e scontata affermazione di quanto è stato verificato in precedenza.
Contra (post) factum non valet argumentum. Contro ( dopo ) il fatto l’argomento non vale nulla. Non si può mettere in discussione l’esistenza di un fatto quando è già avvenuto.
A fortiori. Tanto più. Sta a indicare la maggiore valenza di una asserzione rispetto ad un’altra precedentemente ammessa.
Ad hominem. Adatto all’uomo. Riferito ad un’argomentazione che si dimostra efficace proprio per la persona che viene attaccata su quanto ha dichiarato in precedenza. Differente come significato dalla locuzione ad personam, alla persona, impiegata per lo più ad indicare una dedica personale di un libro o di un’opera artistica.


Ci sono alcune parole impiegate nella dialettica della filosofia classica. Appartengono al repertorio della schermaglia del dibattito di due avversari. E’ opportuno rilevare che un utilizzo esagerato di questi strumenti portano ad un linguaggio troppo accademico e in definitiva pedante. Ma l’uso moderato di queste parole può risultare forbito ed elegante:


Adfirmo. Lo affermo.
Atqui. Ma anche. Unione delle congiunzioni: AT (ma) e QUE (anche). Nesso tra le premesse.
Concedo. Lo ammetto.
Distinguo. Lo affermo solo in parte.
Ergo. Dunque. Termine tratto dalla logica scolastica. Ricorre soprattutto nel linguaggio forense a sottolineare la forza con cui s’impone la conclusione di un ragionamento.
Nego. Lo nego.
Tranxeat. Passi pure. Te lo concedo per quanto non lo condivida.
Ex abrupto. All’improvviso. Argomentazione fulminea che scaturisce immediatamente dalla constatazione di un dato.
De gustibus non est disputandum. Sui gusti non c’è da discutere. Sarebbe scorretto e, più che altro, una fatica inutile.

Luciano Marrucci

07 novembre 2013

Napoleone a San Miniato - Seconda parte


Solo nella sua stanza, Buonaparte gettò la spada e la giubba in un angolo e poi scrisse un biglietto a Giuseppina, venti righe poco leggibili, dove gridò il suo temperamento violento e controllato. Poi dopo aver piegato il foglio scacciò bruscamente l'immagine di questa donna, come si chiude un cassetto. Poi dispiegò una pianta di Mantova e scelse un punto sul quale egli avrebbe piazzato l'artiglieria. Era ancora intento nei suoi calcoli, quando sentì bussare alla porta. Credette che fosse Berthier.
Era il canonico che veniva a chiedergli un momento di ascolto. Portava sotto il braccio due o tre fascicoli ricoperti di pergamena. Il generale guardò quelle carte con una certa derisione. Era sicuro che fosse la genealogia di Buonaparte e non voleva che sorgesse una inesauribile conversazione. Tuttavia non lasciò apparire alcuna impazienza. Lui non andava in collera se non quando lo voleva espressamente. Ora non aveva alcuna voglia di dispiacere al suo buon parente; al contrario, desiderava essere gentile con lui. E, per di più, non era contrario a conoscere tutta la nobiltà della sua razza. Mentre i suoi ufficiali giacobini non erano più presenti per prendersene gioco o per alimentare dei sospetti. Pregò il canonico di sedersi. Quello prese una sedia, pose i suoi fascicoli sulla tavola e disse:
– Caro nipote, io avevo cominciato durante la cena a parlarvi dei Buonaparte di Firenze; ma compresi per ciò che mi avete fatto capire, che quello non era il luogo per parlare di questa cosa. Io mi sono taciuto, riservando per questo momento qui ciò che era essenziale. Io vi prego, caro parente, di ascoltarmi con attenzione. La branca toscana della nostra famiglia produsse degli uomini insigni, tra i quali conviene nominare Jacopo Buonaparte, il quale è stato testimone del sacco di Roma nel 1527 e fece una relazione di questo evento. E Niccolò, autore di una commedia intitolata 'La vedova' che qualcuno vanta come opera di un altro Terenzio. Tuttavia non è di questi lustri antenati che voglio parlarti, sebbene di un terzo che li eclissa in gloria come il sole sbiadisce le stelle. Dovete sapere che la nostra famiglia annovera un beato tra i suoi membri, Fra Bonaventura, discepolo riformato di San Francesco, che nell'anno 1593 morì in odore di santità. Nel pronunciare questo nome il vegliardo s'inchinò. Poi riprese con un calore che non ci si sarebbe atteso né dalla sua età e né da i suoi modi indulgenti.
Fra Bonaventura! Ah! Caro parente, è a lui e a questo buon padre che voi dovete il successo delle vostre armi. Egli era vicino a voi, non ne dovete dubitare, quando folgoraste, come avete detto a cena, i nemici della vostra parte sui gradini di San Rocco. Questo cappuccino vi ha condotto in mezzo alle battaglie, state sicuro che senza di lui voi non avreste avuto successo né a Montenotte, né a Millesimo e né a Lodi. I passi della sua protezione son troppo eclatanti per non essere visti ed io riconosco nei vostri successi un miracolo del buon frate Bonaventura ma ciò che qui importa sapere, caro parente, è che quel sant'uomo aveva le sue intenzioni quando dandovi un vantaggio sullo stesso Beulieu vi ha menato di vittoria in vittoria fino a questa antica dimora dove voi riposate, questa notte, sotto la benedizione di un vecchio. Io sono precisamente qui per rivelarvi le sue intenzioni. Fra Bonaventura voleva che voi foste istruito sui suoi meriti, che voi conosceste i suoi digiuni, le sue austerità e i silenzi di una intera annata ai quali egli si condannò. Egli voleva farvi toccare il suo giudizio e la sua corda, e i suoi ginocchi così incalliti ai gradini dell'altare, per cui camminava contorto come una Z. Ed è per questa finalità che egli vi ha portato in Italia dove voi avete l'occasione di rendergli servizio per servizio.
Perché, lo dovete sapere, caro parente, se questo cappuccino vi ha molto aiutato, dalla vostra parte voi potete essergli veramente utile.
A queste parole il canonico pose le mani su i grossi fascicoli che giacevano sulla tavola e respirò lungamente.
Buonaparte attese senza dire niente il seguito di questo discorso che lo interessava. Non c'era uomo più distraibile. Dopo aver respirato, il vegliardo riprese la parola:
– Sì, caro parente, voi potete essere molto utile al buon fra Bonaventura ed in questo caso egli ha bisogno di voi. Beatificato da più di lunghi anni, egli attende ancora di essere inserito nel calendario. Languisce, il buon fra Bonaventura.
– E che posso fare io, povero canonico di San Miniato per procurargli l'onore che gli è dovuto? La sua inscrizione richiede delle spese che oltrepassano le mie possibilità e le risorse del Vescovo! Povero canonico! Povero Vescovo! Povero Duca di Toscana! Povera Italia! Voi, caro parente, chiedete al Papa che riconosca fra Bonaventura. Egli l'accorderà. Sua Santità, per riguardo verso di voi, non si rifiuterà di mettere un santo in più nel calendario. Un grande onore convergerà su di voi e sulla vostra famiglia, e la protezione del buon cappuccino non vi verrà mai a mancare! Ignorate la gioia di avere un santo in questa famiglia?
E il canonico, mostrando i fascicoli delle pergamene, pregò insistentemente il Generale di metterli nella sua valigia. Questi contenevano la memoria sulla canonizzazione del fra Bonaventura con le pezze d'appoggio.
– Promettetemi, aggiunse, che vi occuperete di questa cosa, la più grande che possa interessarci.
Buonaparte contenne la sua ilarità.
– Io sono piazzato male, disse, per intraprendere un processo di canonizzazione! Voi ignorate che la Repubblica francese sta richiedendo alla corte di Roma la riparazione dovuta per la morte dell'ambasciatore Bassville, vilmente assassinato.
Il canonico si ritrasse.
– Corpo di Bacco! La curia di Roma farà le sue scuse, caro parente, essa verrà incontro a tutte le riparazioni dovute ed il nostro cappuccino sarà messo in calendario.
– Le negoziazioni, non vengono svolte in tempi rapidi, replicò il Generale repubblicano. Bisogna ancora che la curia romana riconosca la costituzione civile del clero francese e che rompa con le sue mani l'Inquisizione, che affligge l'umanità ed usurpa il diritto degli Stati.
Il vegliardo sorrise.
– Mio caro figliolo Napoleone, il papa sa che bisogna dare per ricevere. Cede a proposito, egli vi attende. E' durevole e pacifico.
Buonaparte rimase a pensare, come se delle nuove idee venissero a fissarsi nella sua possente mente. Poi tutto d'un colpo:
– Voi non conoscete lo spirito del secolo, c'è una forte irreligiosità in Francia. L'empietà vi ha preso campo. Voi ignorate il progresso delle idee di Montesquie, di Raynal e di Rousseau. Il culto è abolito, si è perduto il rispetto, voi ve ne siete accorto dagli interventi scandalosi fatti da i miei ufficiali alla vostra tavola.
Il buon canonico scosse la testa.
– Oh! Questi amabili giovani sono superficiali, dissipati, storditi! Questo per loro passerà, tra dieci anni essi correranno meno dietro alle ragazze ed andranno a messa. Il carnevale dura pochi giorni ed anche quello della vostra Rivoluzione francese non durerà per lungo tempo. La Chiesa è eterna.
Buonaparte confessò che lui stesso era troppo poco religioso per intromettersi in un affare del tutto ecclesiastico.
Allora il canonico lo guardò negli occhi e gli disse:
– Mio ragazzo, io conosco gli uomini. Io vi conosco, voi non siete un filosofo, occupatevi del beato padre Buonaventura. Egli vi renderà il bene che avrete fatto a lui. Quanto a me, io son troppo vecchio per vedere il successo di questa grande impresa, io presto morirò lasciandola a voi nelle vostre mani, io morirò tranquillo. E soprattutto non dimenticate mai, mio parente, che tutto il potere viene da Dio attraverso la mediazione dei suoi ministri. Si alzò in piedi, alzò le braccia per benedire il suo giovane nipote e se ne andò.
Restato solo, Buonaparte sfogliò la voluminosa memoria alla luce torbida della candela; pensò alla potenza della Chiesa e disse tra se che l'istituzione del papato era più durevole della Costituzione dell'anno III. Qualcuno bussò alla porta, era Berthier che veniva ad avvertire il Generale che tutto era pronto per la partenza.




Il canonico Filippo Buonaparte, morì il 24 dicembre 1799 all'età di settantasette anni. Fu sepolto nella chiesa di santa Lucia, presso San Miniato di cui godeva il giuspatronato. La sua tomba, al centro della chiesa, fu sconquassata dalle macerie in seguito al crollo del tetto avvenuto nel 1944 a causa di un bombardamento americano durante la battaglia di Calenzano.

29 ottobre 2013

Napoleone a San Miniato - Prima parte

Anatole France (1844 - 1924)
Autore: Anatole France
Traduzione di Luciano Marrucci da “Le puits de Sainte Claire”, 1895, edizione resa disponibile dalla Biblioteca Nazionale Francese.









Napoleone, dopo la sua spedizione a Livorno, si portò a Firenze, dormì a San-Miniato
presso un vecchio prete dei Buonaparte...
(memoriale di Sant'Elena lasciato dal Conte de Lascases, ristampa del 1822-1824. Pag. 149)
“Fui verso sera a San Miniato. Lì ci avevo un vecchio canonico mio parente...”
(mémoires du docteur F. Antonmarchi, sur les derniers moments de Napoléon, 1825. Pag. 135)

Dopo aver occupato Livorno e chiuso il porto alla flotta inglese, il generale Buonaparte andò a trovare a Firenze il granduca di Toscana Ferdinando, il solo fra tutti i principi d'Europa, che aveva tenuto fede ai suoi impegni verso la Repubblica.
In testimonianza di stima e di confidenza, egli vi andò senza scorta con il suo Stato-Maggiore. Gli furono mostrate le insegne dei Buonaparte scolpite sulla porta di un vecchio palazzo. Egli sapeva che un ramo della sua famiglia un tempo si era esteso a Firenze e che ne restava ancora un ultimo rampollo. C'era a San Miniato un canonico di ottant'anni. Nonostante gli impegni di cui era gravato gli premeva di andarlo a visitare. I sentimenti naturali erano molto forti in Napoleone Buonaparte. Nella vigilia della sua partenza, alla sera, egli si recò con alcuni dei suoi ufficiali a San Miniato, di cui la collina, coronata di muraglie e di torri si eleva ad una mezza lega a sud di Firenze.
Il vecchio canonico Buonaparte accolse con nobile amenità il suo giovane nipote e i francesi con cui era accompagnato. C'erano Berthier, Junot, il Commissario in capo Chauvet e il luogotenente Thézard. Offrì loro un pranzo all'italiana nel quale non mancarono né le gru di Peretola, né il maialino di latte profumato di aromi, né i migliori vini della Toscana, di Napoli e della Sicilia. Lui stesso brindò alle loro armi Repubblicane come Bruto, essi brindarono alla patria ed alla libertà. L'ospite si accordò con loro. Poi volgendosi verso il generale che era piazzato alla sua destra:
– Mio nipote, gli disse, non siete curioso di riguardare l'albero genealogico dipinto sul muro di questa sala? Vedreste senza dispiacere che noi discendiamo dai Cadolingi lombardi che dal secolo X al secolo XII si onorarono per la loro fedeltà agli imperatori alemanni. Da essi discesero i Buonaparte di Treviso e i Buonaparte di Firenze. Quest'ultimi sono molto più illustri.

Gli ufficiali cominciarono a borbottare e a ridere. Chauvet, parlando sottovoce con Junot, non era affatto sicuro che Napoleone gradisse di avere nella storia della sua famiglia dei servi dell'Aquila Bicipite. E il luogotenente Thézard era pronto a giurare che il generale doveva la sua luce a dei buoni sanculotti. Intanto, il canonico Buonaparte vantava con insistenza l'eccellenza della sua casa.
– Caro nipote, continuò il vegliardo, i nostri antenati di Firenze meritavano davvero il loro nome. Essi furono del “bon partito” e difesero sempre la Chiesa.
A queste parole che il buon uomo aveva pronunciato con una voce alta e chiara, il generale fino a quel momento distratto e ascoltando appena, alzò la testa pallida e magra tagliata sull'antico. E col suo sguardo scintillante bloccò la parola sulle labbra del vegliardo.
– Caro zio, gli disse, lasciamo queste noioserie e non sottraiamo ai topi della vostra soffitta delle pergamene ammuffite.
Aggiunse con voce metallica:
La mia sola nobiltà sta nelle mie azioni. Essa data dal tredici mese vendemmiale dell'anno IV quando fulminai sui gradini di San Rocco le guarnigioni realiste. Beviamo alla Repubblica! E' la freccia d'Evandro che non ricade a terra e diventa una stella. Gli ufficiali risposero con una entusiastica acclamazione.
Lo stesso Berthier si sentì in quel momento repubblicano e patriota. Junot era sicuro che Napoleone non avesse bisogno di antenati e gli basta sapere di essere stato fatto caporale dai suoi soldati a Lodi. Si bevve del vino che aveva il gusto secco della pietra focaia e l'odore della polvere. Ne bevvero abbondantemente. Il
luogotenente Thèzard era ormai fuori dall'idea di nascondere il suo pensiero. Fiero delle ferite e dei baci di cui era stato coperto durante questa eroica e gioiosa campagna, annunciò senza giri di parole al buon canonico che, sotto la guida di Buonaparte i francesi faranno il giro del mondo, rovesceranno dappertutto troni e altari, facendo fare dei figli alle fanciulle e trafiggendo i fanatici.
Il vecchio prete, sempre sorridendo, rispose che lui abbandonava volentieri alla loro bella furia, non certo le giovani fanciulle che raccomandava di trattare con riguardo, ma quei fanatici grandi nemici della Santa Chiesa. Junot gli assicurò di trattare favorevolmente le religiose che aveva avuto a suo servizio, trovando in loro un cuore tenero e una pelle chiara. […] Non ci sono, disse Berthier, in Italia delle femmine di buona società a cui possiate offrire i vostri servizi nelle feste sotto i mantelli veneziani, così favorevoli agli intrighi? Non è vero che Pietra Grua Mariani, madame Lamberte, madame Monti, madame Gherardi da Brescia sono belle e galanti?
Nel momento in cui nominava queste dame italiane, il suo pensiero andava alla principessa Visconti che, non avendo potuto sedurre Buonaparte, si era concessa al suo capo di stato maggiore e l'amava con molle fuochezza, con una studiata sensualità di cui il debole Berthier restava turbato a vita.
– Ed io, disse il luogotenente Thézard, non dimenticherò mai una piccola venditrice di cocomeri che sui gradini del Duomo...
Il generale, impazientito, si alzò. Restavano appena tre ore prima della partenza. Dovevano partire al primo mattino del giorno dopo.
– Caro parente, non vi preoccupate per il nostro dormire, disse al canonico. Noi siamo dei soldati. Ci basta un fastello di paglia!
Ma il generoso ospite aveva fatto sistemare dei letti. La sua casa nuda e senza ornamenti, era vasta. Egli condusse i francesi ognuno nella sua stanza che era loro destinata e dette loro una buonanotte.

continua...